Un mondo di parolacce… Un mondo in parolacce e… bestemmie…

Parolacce vietate

Una volta si diceva che dire parolacce non “stava bene”, come per dire che, non solo erano sempre fuori posto e non gradite, ma soprattutto di pessimo gusto… Già i valori veri portavano ad avere un senso profondo del bello e del buono e a farli valere, soprattutto. Non che non si siano mai dette parolacce, ma oggi si vive di parolacce. Ed è così diffuso intercalarle, se non perfino parlare a parolacce, che da una parte la maggior parte della gente non se ne accorge e dall’altra c’è un contagio di pensiero che diventa “normale” e quindi, quando uno è arrabbiato “si sfoga” con le parolacce.

La parolaccia è usata per mostrare quanto si è forti. La parolaccia si usa per esibire una propria autodeterminazione o una supposta indipendenza. La parolaccia la si giustifica se si è arrabbiati, ma soprattutto perché è l’altro che “te la tira fuori”. La parolaccia è diventato segno di dominio. La PAROLACCIA in realtà è tutto il contrario. La parolaccia è segno di mancanza di dominio di sé. La parolaccia è dipendenza: non ragiono, uso il turpiloquio. La parolaccia non è vero che calma, ma ancor peggio che la mormorazione, istiga all’odio, alla rabbia, all’andare ancor più contro l’altro. Ma la cosa più grave è che la parolaccia è segno prima di tutto di mancanza di rispetto verso se stessi, ancor prima che verso gli altri. La parolaccia offende più chi la dice che chi la riceve, perché chi la dice, non è in dominio di sé, chi la pronuncia, anche se contro qualcuno, è in preda all’orgoglio e alla rabbia.

Rabbia e parolacce

Non si dirà mai una parolaccia se si perdona chi ti ha offeso o fatto uno sgarbo. Non si intercalerà parolacce se si è in pace con se stessi e non si pretende che le cose, soprattutto quelle al di fuori del proprio controllo, siano diverse da come le si desidera o ce le si immagina. Non si insulterà mai qualcuno a suon di parolacce se non si volesse affliggergli la stessa umiliazione che non siamo capaci di incassare sul nostro orgoglio dominante. Non si dirà mai una parolaccia se si vuole amare l’altro come se stessi, come Gesù ci ha amati.

E la gravità è che nessuno più osa mostrare scandalo all’uso delle parolacce e così si è arrivati ad usare parolacce e bestemmie come se niente fosse, ma non certo misconoscendo il significato. Qualche mese fa, sull’autobus sono salite cinque ragazze tra i quindici e i diciassette anni e a voce alta non han fatto che parlare di cose veramente dai peggiori bassifondi, alternando, oltre che le parolacce, soprattutto bestemmie. Ad un certo punto, mi sono girata e ho detto BASTA! Basta bestemmiare! Non vi vergognate? E alcune, che ad ogni bestemmia non facevano che sogghignare, si sono giustificate con me dicendo che loro non avevano bestemmiato. Insomma, la discussione è andata avanti per un paio di minuti, finché tutto l’autobus si è rivoltato contro di loro e le hanno fatte scendere. Ci siamo augurati tutti, con grande rammarico, che quell’episodio rimanesse talmente impresso nelle loro menti da decidere di non comportarsi più così.

Si smette di dire anche la più banale parolaccia, la meno offensiva, quando si capisce che prima di tutto c’è il rispetto verso se stessi. Difficile rispettare gli altri se non ci si rispetta. A parlare a parolacce, a intercalare volgarità si dà un grande segno di poco rispetto di sé, anche perché, come si diceva ai miei tempi, ci si sporca la bocca, quella stessa, tra l’altro, che prega Gesù e i santi e che riceve il Corpo e il Sangue di nostro Signore… E si fa del male che si propaga, si lasciano dei segni da riparare, peccati inutili, stupidi, ma gravi che tanto piacciono al demonio.

Il Papa contro la parolaccia che (purtroppo) non indigna

«Stiamo diventando una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole», come dice Papa Francesco? Direi di no, quella civiltà è già diventata così.

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Una parolaccia può sempre scappare: inutile fare i moralisti. Ma oggi non ci si vergogna di averla pronunciata. In una parolaccia c’è la sintesi istintiva di una reazione mentale contro qualcuno o qualcosa. Non si argomenta, non si esprimono le proprie ragioni, si rifiuta il dialogo ed ecco, fulminea, la parolaccia proferita come se si scagliasse una pietra contro l’avversario. È la testimonianza di una incapacità di ragionare, di dialogare, vuoi perché la rabbia ha annebbiato il cervello, vuoi perché il proprio linguaggio è povero, senza cultura. Nel primo caso la persona educata si scusa, nel secondo non si rende neppure conto di quanto sia volgare, perché, semplicemente, è ignorante. C’è un modo di dire (forse politicamente scorretto, ma non importa) molto eloquente: «Parla come uno scaricatore di porto»; il che significa che il turpiloquio è figlio della volgarità e dell’ignoranza che appartengono, di necessità, a realtà sociali basse e misere.

Il fatto interessante è che nella previsione di Papa Francesco stiamo diventando tutti scaricatori di porto (è una metafora) quanto a linguaggio. Ma ha anche precisato: «Come se fosse un segno di emancipazione». Papa Francesco è ottimista: andrebbe tolto il «come se» e il congiuntivo.

Il turpiloquio è un segno di emancipazione a rovescio, una specie di Rivoluzione francese del linguaggio e dei modi di comportarsi, che si ribellano alla tradizione alta, aristocratica. Oggi, se uno lascia il posto a sedere a un anziano, è ridicolo; se un signore s’affretta ad aprire la porta della macchina per far scendere una signora, è visto con sospetto; se si lascia il passo a una donna, se si pretende il «lei» da un più giovane, se si osa fare il baciamano… si è considerati dei babbei.

La parolaccia è la ciliegina sulla torta delle cattive maniere, e nella nostra contemporaneità ha una sua storia. Qualcuno ricorderà quando Cesare Zavattini, tra lo stupore di tutti, pronunciò la parola «cazzo» alla radio. Era il 1976, e quella parola ne ha fatta di strada. Ormai è diventata un intercalare che non impressiona più nessuno: la via dell’emancipazione del linguaggio verso il basso, verso la volgarità è stata lunga ma ha dato, alla fine, i suoi risultati. Il turpiloquio è trasversale, amato dai conduttori televisivi che, nello scontro tra i propri ospiti infarcito di parolacce, vedono alzare lo share del programma. È amato dal politico come segno distintivo rispetto al collega della Prima Repubblica, che amava parlare senza farsi capire: dal gergo politichese, incomprensibile, al gergo volgare iperrealista, c’è chi vede in questo passaggio il segno della liberazione della comunicazione politica.

Se si parla così in televisione e in Parlamento, perché non potrebbe parlare così la gente comune? E, infatti, parla così, senza reticenze, ritenendo davvero che questo sia un modo disinibito, diretto, autentico di comunicare. Neppure ci si accorge di quanto il linguaggio s’impoverisca, perché non si ha più bisogno di un linguaggio raffinato. Negli sms, nelle mail, in Facebook si predilige una comunicazione sintetica e immediata: ciò comporta un inevitabile imbruttimento della lingua che, se non sconfina necessariamente nel turpiloquio, tuttavia nessuno si stupisce se esso viene usato.

Un bel linguaggio è figlio dell’educazione estetica che insegna a comprendere dove ci sia qualità, originalità, bellezza: nelle cose come nella comunicazione. Una civiltà delle cattive maniere e delle cattive parole non è il risultato dell’emancipazione di una società, semmai è il luogo in cui si esalta il cattivo gusto. Se, poi, questo cattivo gusto – con le sue conseguenze sul linguaggio e sul comportamento – non viene censurato e appare la cosa più normale che possa esserci, dipende dal fatto che, innanzitutto, non si sa cosa sia l’educazione estetica e, in secondo luogo, qualora si sapesse cosa sia, si teme di fare la figura dei reazionari, codini, conservatori ostili allo spirito del tempo che si compiace del cattivo gusto nel modo di esprimersi e di fare. di Stefano Zecchi da IlGiornale.it 14-05-15

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