Commento di don Antonello Iapicca al Vangelo della IV domenica di Avvento 2015 (Anno C) 20 dicembre 2015

  

Il Signore viene a visitarci sempre attraverso una carne concreta, il seno purissimo di Maria, tabernacolo della presenza di Dio. Ambasciatrice dell’amore di Dio, è sempre Lei che ci visita e ci dona il Signore, celato nelle Sue castissime viscere.
Lei è l’immagine più fedele della storia di salvezza che Dio ha preparato per ogni uomo, lo specchio fedele di quel che accade ogni giorno nelle nostre povere vite: Dio incarnato, adagiato nel seno d’una donna, disceso alla nostra vita, per impregnare del suo amore le nostre ore.

In noi è già seminato il miracolo d’una vita celeste, come lo fu Giovanni per Elisabetta. Proprio ora è vivo in noi qualcosa che le nostre forze, le nostre opere, i nostri desideri non hanno avuto il potere di generare. Sterili siamo, come ogni uomo, incapaci di darci vita, e di donarla. Sterili per accogliere la Grazia.

  
Come Elisabetta intuiamo e cominciamo a sperimentare la novità, ma abbiamo bisogno d’una visita perché il miracolo di Grazia si schiuda in un canto di lode. Viviamo l’amore di Dio dentro di noi, ne sentiamo spesso tutta la portata soprannaturale, proprio come una donna incinta vive ogni cosa in modo particolare, afferrata da una presenza interna, misteriosa che le appartiene e, allo stesso tempo, le sfugge.

Ma, con Elisabetta, abbiamo bisogno di Maria, immagine della Chiesa, e del “saluto” che il nostro cuore attende, l’annuncio della Parola capace di sciogliere in noi quello che, da sempre, la Grazia ha seminato, che muove in noi la Vita in un sussulto di gioia.

Ed è vero che fuori della Chiesa non v’è salvezza, perché in ogni istante della storia che scorre in ogni angolo della terra, risuona la Parola, l’unica che reca la salvezza, Cristo Gesù, nascosto nel seno verginale di Maria, Madre della Chiesa e Madre nostra.

  
La Chiesa, con la sua voce, abbraccia l’universo in attesa della salvezza. La storia, infatti, è il tabernacolo del Figlio incarnato. Da quel giorno a Nazaret, quando Dio ha deposto il Suo seme nel seno di Maria, nulla è più lo stesso. Tutta la storia, passata, presente e futura è stata inondata d’una Grazia nuova, e tutte le cose sono state rinnovate, e il Signore, l’Emmanuele, ha preso dimora in ogni istante del tempo.

Tutto di noi dunque, miracolosamente, è stato santificato, salvato, redento. La vita non è più una corsa verso la morte, perché Il Cielo s’è dischiuso irrevocabilmente da quell’istante nascosto in una remota città della Galilea.

Ogni esistenza, anche quella che appare più distrutta dal peccato, anche quella che odora di morte, la più sterile, è pronta ormai per essere visitata, salvata e liberata per lasciar posto a un’esultanza di gioia.
  
Scriveva san Gregorio di Nissa: «L’uomo che, tra gli esseri, non conta nulla, che è polvere, erba, vanità, una volta che è adottato dal Dio dell’universo come figlio, diventa familiare di questo Essere, la cui eccellenza e grandezza nessuno può vedere, ascoltare e comprendere. Con quale parola, pensiero o slancio dello spirito si potrà esaltare la sovrabbondanza di questa grazia? L’uomo sorpassa la sua natura: da mortale diventa immortale, da perituro imperituro, da effimero eterno, da uomo diventa dio» (Sulle beatitudini, Sermone VII).

E’ bastato un annuncio, la parola feconda che, discesa dalle labbra dell’Angelo, ha deposto la Vita divina in Maria dal cui seno è poi rimbalzata divenendo il saluto eterno sulle labbra della Chiesa. I passi veloci della Figlia di Sion sul crinale delle montagne di Giuda sono i passi urgenti degli apostoli di ogni tempo, mossi dallo “zelo”, il termine originale greco tradotto con “in fretta”.

La “cura” con la quale Dio ci ama attraverso l’incedere degli eventi che ci visitano per accoglierci quotidianamente, rivela il suo progetto: “Infatti io so i pensieri che medito per voi», dice il Signore: «pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza” (Ger. 29,11).

  
“Shalom!” Il saluto “sguainato” da Maria, secondo il senso sotteso al verbo greco salutare, giunge alla cugina come il sorriso di Dio che finalmente si affaccia dal Cielo come una spada pronta ad infilzare la tristezza della sterilità; la cura di Maria per la bellezza della vita sorta nel seno di Elisabetta, come l’attenzione premurosa della Chiesa per ogni vagito della Grazia in ciascuno dei suoi figli, l’amore compassionevole e gratuito capace di destare la gioia nel seno di tutti noi, finalmente amati e fecondati per offrire al mondo il dono ricevuto.

“Pace!” è Il saluto di Maria che accende la speranza e la benedizione dimenticate nella sfiducia per ciò che pensiamo come perso irrimediabilmente; la gioia della risurrezione di tutto quello che in noi era morto, e invece è vivo nel perdono, ed è bello perché “visitato” dalla Bellezza di Cristo, il frutto benedetto del seno di Maria consegnatoci ogni giorno dalla Chiesa.

La storia nostra di oggi, e di ogni giorno, ci arriva al cuore attraverso il saluto di Maria. “La maternità della Chiesa è riflesso dell’amore premuroso di Dio, di cui parla il profeta Isaia: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò; a Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13).

  
Una maternità che parla senza parole, che suscita nei cuori la consolazione, una gioia intima, una gioia che paradossalmente convive con il dolore, con la sofferenza. La Chiesa, come Maria, custodisce dentro di sé i drammi dell’uomo e la consolazione di Dio, li tiene insieme, lungo il pellegrinaggio della storia.
Attraverso i secoli, la Chiesa mostra i segni dell’amore di Dio, che continua ad operare cose grandi nelle persone umili e semplici” (Benedetto XVI, 11 febbraio 2010). E tutto si illumina, anche il passato oscuro che ci ha preparato a questo incontro. Nell’ascoltare la voce di Maria, anche le debolezze, anche i peccati, brillano d’una luce nuova, la stessa del Figlio risorto: “Pace a voi!”.

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