Oscar Wilde: macché icona gay! Morì cattolico credente

Merita di essere in questi tempi ricordata una delle figure più controverse della letteratura anglosassone, Oscar Wilde (Dublino 1854 – Parigi 1900). E merita soprattutto che gli si scrollino di dosso parecchi luoghi comuni e letture superficiali che l’hanno a poco a poco trasformato in una vera e propria icona della cosiddetta gay culture. Certo, che la sua vita sia stata costellata di provocazioni e improntata ad una condotta molto licenziosa è innegabile, come è noto che fu costretto a due anni di lavori forzati in prigione per gross indecency (cioè per sodomia).

Delle sue opere, in genere, si ricordano Il ritratto di Dorian Gray, le sferzanti commedie e perfino una poesia, in realtà non sua, ma dell’amante Alfred Douglas (1870-1945), intitolata Two Loves (usata, però, contro Wilde in tribunale), che contiene una frase apologetica dell’amore omosessuale come quello che «dares not speak its name»«non osa dire il suo nome», definizione strumentalmente assurta, oggi, quasi a status symbol degli amori lascivi e ineffabili.

 

Tre settimane prima di morire dichiarò ad un corrispondente del Daily Chronicle«Buona parte della mia perversione morale è dovuta al fatto che mio padre non mi permise di diventare cattolico. L’aspetto artistico della Chiesa e la fragranza dei suoi insegnamenti mi avrebbero guarito dalle mie degenerazioniHo intenzione di esservi accolto al più presto» 15. Non si direbbero proprio le parole di un anticlericale paladino della militanza gay come oggi, spesso, lo si vuol far passare… Si noterà, certo, il carattere un po’ sui generis delle sue affermazioni: proprio per questo, quando Wilde era ancora in salute, Ross non aveva preso abbastanza sul serio la sua intenzione di convertirsi. Oscar perciò lo aveva scherzosamente soprannominato «il cherubino con la spada fiammeggiante, che mi proibisce di entrare nell’Eden». Ad un altro amico disse: «La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e per i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana» 16.

Bisogna però saper inquadrare questo tipo di linguaggio, che rientra nello stile sornione del suo eloquio, sempre in cerca della battuta icastica e divertente, e spiritoso su tutti gli argomenti. Non va perciò confuso lo stile ironico di certe dichiarazioni con la serietà del suo travaglio interiore: non si deve, per parafrasare Wilde stesso, «disperdere il grano e conservare la pula, scegliendo perfidamente» 17. Si tratta di un principio profondamente cristiano, che nel De profundis descrive con parole molto toccanti: «Il credo di Cristo non ammette dubbi. E che sia il vero credo io non lo dubito. Naturalmente, il peccatore deve pentirsi. Ma perché? Semplicemente perché altrimenti sarebbe incapace di capire quanto ha fatto. Il momento della contrizione è il momento dell’iniziazione. Di più: è lo strumento con cui si muta il proprio passato. I greci consideravano una cosa simile impossibile. Spesso dicevano quel loro aforisma gnomico: “Neppure gli dèi possono mutare il passato”. Cristo dimostrò che il più comune peccatore poteva farlo, che anzi era l’unica cosa che il più comune peccatore sapesse fare […]. È difficile, per la maggior parte della gente, afferrare quest’idea. Oso dire che occorre andare in carcere per capirla bene. In tal caso, forse, vale la pena d’andarvi» 18. Uscito di prigione dichiarerà ancora ad un amico: «La pietà è un sentimento meraviglioso, che prima non conoscevo […]. Sapete quale nobile sentimento sia la pietà? Ringrazio Dio, sì, ogni sera ringrazio Dio in ginocchio di avermela fatta conoscere. Sono entrato in prigione con un cuore di pietra; non pensavo che al mio piacere… Ora invece il mio cuore si è aperto alla pietà. Ho capito che la pietà è il sentimento più profondo, più bello che esista. Ed ecco perché non serbo rancore verso chi mi ha condannato, né per nessuno dei miei detrattori: è merito loro se ho imparato cos’è la pietà» 19.

Bonum est diffusivum

Colpisce, tra le numerose sorprese del personaggio, che la quasi totalità dei suoi più cari amici, a un certo momento della propria vita, abbandonò la vecchia condotta dissoluta e si convertì al cattolicesimo romano. L’ex amante Alfred Douglas, innanzitutto. Robert Ross, il suo migliore amico. Il suo secondogenito, Vyvyan, che divenne cattolico già a tredici anni.John Gray (1866-1934), che aveva ispirato allo scrittore la figura dell’omonimo Dorian e che dopo la conversione si fece addirittura sacerdote. Il pittore Aubrey Beardsley (1872-1898), che aveva curato le illustrazioni della prima edizione di Salomè. Alcuni vecchi amici di Oxford 20, come Hunter Blair, fattosi poi benedettino. Il poeta André Raffalovich(1864-1934), che divenne terziario domenicano. E ancora molti altri. Perfino il padre di Alfred Douglas, il marchese di Queensberry (1844-1900), l’uomo che lo aveva rovinato facendolo condannare in tribunale, e che si professava ateo e materialista, in punto di morte chiese i Sacramenti cattolici. Una serie di circostanze che permette di comprendere quale humus si celasse in realtà dietro la corruzione dell’ambiente di Wilde.

 

La venerazione per il Papa

Ancora Ross testimonia che Oscar si era «inginocchiato come un vero cattolico» davanti ad un prete di Notre­Dame a Parigi, ad un altro prete a Napoli e al Papa a Roma 21. Particolare menzione merita il grande interesse di Wilde per Leone XIII (1810-1903). Già nel lontano 1877, ancora studente a Oxford, era stato ricevuto in udienza privata da un altro papa, Pio IX (1792-1878), la cui figura lo entusiasmò a tal punto da ispirargli una poesia, Urbs Sacra Æterna (poi inserita in una raccolta significativamente intitolata Rosa Mystica), in cui lo definisce «il prigio­niero pastore della Chiesa di Dio», con riferimento all’invasione dello Stato pontificio ad opera dei sabaudi.

Ma l’ammirazione per Leone XIII era forse ancora più grande. La prima volta poté vederlo in maniera del tutto casuale, o forse provvidenziale. Il Sabato Santo del 1900 uno sconosciuto lo avvicinò e gli chiese se avrebbe avuto piacere di vedere il Papa il giorno dopo; Oscar rispose «non sum dignus» e l’uomo gli consegnò il biglietto necessario per essere ammesso all’udienza pubblica. Così l’indomani fu in prima fila a ricevere, nel giorno di Pasqua, la benedizione Urbi et Orbi. Il giorno dopo descrisse l’evento in questi termini: «Lui era meraviglioso; quando me l’hanno trasportato vicino sul suo trono, non di carne e sangue, ma bianca anima biancovestita, e artista oltre che santo, unico esempio nella storia, se si può credere ai giornali. Non ho mai visto niente di simile alla grazia straordinaria del suo gesto, quando si alzava, ogni pochi momenti, a benedire – forse i pellegrini – ma certamente me» 22. In seguito, ricorderà ancora le proprie impressioni della figura di Leone XIII: «Quando vidi il vecchio bianco Pontefice, successore degli apostoli e padre della cristianità, portato in alto sopra la folla, passarmi vicino e benedirmi dove ero inginocchiato, io sentii la mia fragilità di corpo e di anima scivolare via da me come un abito consunto, e ne provai piena consapevolezza».

A Papa Pecci attribuì addirittura di averlo miracolato, facendolo guarire, dopo la benedizione pasquale, da una grave forma di dermatite: «Il Vicario di Cristo ha fatto tutto», dichiarò. E da quel momento iniziò ad andare molto spesso, durante il suo soggiorno romano, alle udienze pontificie.

Requiescat in pace

«Il momento supremo per un uomo – confida Wilde nel De profundis – è quello in cui s’inginocchia nella polvere, e si batte il petto, e confessa tutti i peccati della sua esistenza» 23. Sarebbe giusto rifiutarsi di applicare anche a lui questo semplice quanto prezioso insegnamento? A noi pare ragionevole credere alla sincerità della sua conversione.

E non intendiamo con ciò discutere, evidentemente, la condotta immorale degli anni precedenti. Lo scopo della nostra modesta rivisitazione non è certo di farne un modello di vita cristiana, ma solo di provare a restituirlo, oltre allo spessore letterario che in ogni caso gli spetta, alla verità storica, senza arbitrarie e disoneste forzature e, soprattutto, senza giudicare impietosamente quest’uomo che, pur avendo vissuto nel peccato e nell’errore, con la sua umiltà e la sua redenzione può forse essere, oggi, di esempio per molti.

«And there, till Christ call forth the dead/ In silence let him lie».
«Lasciatelo in silenzio/ Verrà Cristo a suscitare i morti»
 24.

Note

1 Estratto dalla rivista La Tradizione Cattolica, Anno XXII, nº 80, 2011, pagg. 21-27. Titolo originale dell’articolo La conversione di Oscar Wilde.

2 A colmare l’ingiusto vuoto editoriale è stato dato alle stampe in Italia un pregevole saggio di Paolo Gulisano, Il ritratto di Oscar Wilde (Àncora, Milano 2009, pagg. 192), che ne traccia un breve profilo biografico imperniato sulla questione della sua conversione e, più in generale, del rapporto strettissimo dello scrittore con la spiritualità cattolica. Ne ripercorre infatti tutte le sfaccettature: non solo il probabile battesimo «clandestino» da bambino voluto dalla madre e i Sacramenti ricevuti in punto di morte, ma anche l’atavica ammirazione per la Chiesa, l’ostentato orgoglio «papista» (pag. 7), il numero impressionante di conversioni tra i suoi amici e conoscenti, e via dicendo. Insomma, tutto ciò che la storiografia ufficiale sembra, per un motivo o per un altro, trascurare o relegare ad un piano del tutto secondario, è qui studiato e analizzato con dovizia di particolari. L’operazione editoriale, a nostro giudizio, si rivela perciò appropriata non meno che coraggiosa.

3 Cfr. P. Gulisano, Il ritratto di Oscar Wilde, seconda di copertina.

4 Cfr. O. Wilde, De profundis, Mondadori, Milano 1988, pag. 17.

Ibid., pag. 11.

6 Cfr. R. Ellmann, Oscar Wilde, Rizzoli, Milano 1991, pag. 670.

7  Cfr. P. A. Spadaro s.j., Sempre la mezzanotte nel cuore. A cento anni dalla morte di Oscar Wilde, in La Civiltà Cattolica, anno CLI, nº 3607, pagg. 17-30, pag. 22, nota nº 18.

8 Non si dimentichi che Wilde proveniva da una famiglia (almeno formalmente) anglicana, e che il padre nutriva un’aspra avversione verso la Chiesa di Roma. Più avanti, quando il figlio era ancora studente e cominciava a mostrare l’intenzione di farsi cattolico, arrivò perfino a minacciarlo di ridurre la sua parte di eredità qualora avesse dato séguito a tale proposito (cfr. P. Gulisano, op. cit., pagg. 26-30 e 46-47).

9 Cfr. R. Ellmann, op. cit., pag. 669.

10 Cfr. P. Gulisano, op. cit., pagg. 77-79.

11 Cfr. O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, in Opere, pagg. 145-146.

12 Si noti, per inciso, come al Cardinale Newman e a Sant’Agostino lo leghino anche alcune circostanze della conversione: al pari del porporato, proveniva dall’anglicanesimo, e al pari di Sant’Agostino da una vita dissoluta.

13 Cfr. O. Wilde, De profundis, pag. 99.

14 Ibid., pag. 78.

15 Cfr. R. Ellmann, op. cit., pag. 669.

16 Ibid.

17 Cfr. O. Wilde, The Ballad of Reading Gaol, Mondadori, Milano 1995, V, vv. 11-12.

18 Cfr. O. Wilde, De profundis, pagg. 105-106.

19 Cfr. A. Gide, Oscar Wilde, Mercure de France, Parigi 1989, pagg. 39-40.

20 È noto, del resto, che la prestigiosa Università frequentata da Wilde era stata poco tempo prima la sede di un vivaio di conversioni dall’anglicanesimo al cattolicesimo, chiamato appunto «Movimento di Oxford». Tra i suoi più illustri protagonisti figura anche il Cardinale Newman, che fu, come abbiamo ricordato, uno dei principali riferimenti culturali e spirituali di Wilde.

21 Cfr. R. Ellmann, op. cit., pag. 669 e pag 718, nota nº 84.

22 Cfr. O. Wilde, Due lettere, in Opere, pag. 1607.

23 Cfr. O. Wilde, De profundis, pagg. 129-130.

24 Cfr. O. Wilde, The Ballad of Reading Gaol, VI, vv. 7-8.

 

Tratto dal sito:http://www.centrosangiorgio.com/piaghe_sociali/omosessualita/pagine_articoli/oscar_wilde_icona_gay.htm

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