Commento al Vangelo di oggi 25 luglio 2016 festa di San Giacomo

  
Il Signore aveva appena annunciato, per la terza volta, il suo destino: Passione, Croce e Resurrezione. Acqua fresca sui discepoli. I loro interessi, le loro aspirazioni più profonde soffocavano le parole serie e gravi del Maestro. Il cuore dei più intimi di Gesù era esattamente come il nostro. Vi albergava una perversione di fondo, la brama di potere, di prestigio, che significa l’invincibile desiderio di “essere”. In tutto, anche nell’accompagnare il Signore, il nostro cuore è profondamente piagato di vanagloria e di egoismo. Un’inguaribile tendenza a fare di tutto quel che ci è dato di vivere, soprattutto delle nostre relazioni, qualcosa che ci sia propizio, che porti acqua al mulino dei nostri bisogni, affettivi e carnali, per poterci sentire vivi. Nulla in noi è gratuito, l’orizzonte dei nostri pensieri, dei nostri atti, anche quelli che paiono intessuti dell’amore più puro, è il nostro inaffondabile “io”. Scambiamo Dio con “io”, naturalmente, senza rendercene conto. Come Giacomo, come Giovanni. Proviamo a scandagliare il nostro cuore e ne vedremo delle belle. Nelle parole, lacci. Negli sguardi, ventose. Negli atteggiamenti, esche. Nelle opere, catene. La prova? Nelle delusioni che proviamo, nei rancori che ci prendono, nella gelosia che ci taglia il cuore. Ci diciamo pronti a qualsiasi cosa, a “bere qualunque calice”, pur di “sedere alla destra e alla sinistra” del più forte di tutti. Pur di essere come Dio. E, spesso, ci buttiamo davvero nel fuoco; le passioni, quando si scatenano, fanno fare cose irragionevoli, lo sanno anche i ragazzini, purtroppo… Ma l’orizzonte è sempre lo stesso che ci ha mostrato, subdolamente, il demonio, l’illusorio destino promesso ad Adamo e ad Eva: diventare come Dio. E, feriti dalla menzogna, ci ritroviamo a vivere come pesci sbattuti sulla battigia, ci dimeniamo e ci pare di morire: ogni circostanza ci è pesante, ogni relazione un peso insopportabile; cerchiamo il mare perduto, l’ambiente per il quale siamo stati creati, mossi dal terrore di scomparire, di non essere importanti, di non valere. Avendo perduto il Paradiso e la comunione con Dio, siamo ormai senza radici e le giornate non hanno che obiettivi effimeri, i quali, una volta raggiunti, ci lasciano più vuoti di prima. Per questo, nella “madre dei figli di Zebedeo” possiamo rintracciare le sembianze di ogni nostra madre che, avendoci concepito nel peccato, ci ha trasmesso desideri e speranze limitati alla carne: “studia figlio mio, cercati una brava ragazza, e un posto fisso mi raccomando, e una casa che il mattone è per sempre; e risparmia, accumula, che non si sa mai nella vita…”. L’uomo vecchio, infatti, non sa fare altro che bramare quello che desidera la carne sprovvista di un solido fondamento e dello Spirito che le dia vita autentica, brame sempre in conflitto con i desideri dello Spirito. Eppure, anche sotto la coltre di concupiscenza che ricopre il cuore, anche in ciò che la madre ci ha insegnato a “volere che il Signore ci faccia”, grida il desiderio inossidabile di Dio: è nascosto nella richiesta di partecipare a qualcosa che non muoia, che non ci faccia preda degli eventi, nel desiderio di relazioni stabili e durature. Ma tutto è malato di orgoglio ed egoismo, che scambiano il Cielo con la storia e i rapporti asserviti al nostro cuore. Per questo facciamo e disfiamo, costruiamo castelli di compromessi, impietriti dinanzi alla possibilità d’essere lasciati, abbandonati, rifiutati. L’odore della morte e della solitudine ci turba e atterrisce, e così ci illudiamo di scacciare i fantasmi con il fantasma più grande, la menzogna del mentitore. 
Ma “Gesù esaudisce le sue promesse, non le nostre attese” (S. Fausti), perché ci ama, davvero e sino in fondo. Gesù è Dio, quello vero a cui possiamo assomigliare, del quale possiamo acquisire la natura, l’essere vero, pieno, e perfetto. E’ l’ecce homo nel quale tutti siamo stati creati e ricreati. Non il feticcio che ci siamo immaginato, come Giacomo e Giovanni, ovvero un regno umano che “domini” su tutto e tutti. In Lui non vi è il “potere” mondano che esige di “essere servito”, ma quello celeste e scandaloso di “servire”. Gesù ci viene anche oggi a donare la Croce sulla quale sperimentare la vera gioia, che scaturisce solo da un cuore rigenerato e pronto a consegnarsi: “Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo e’ il segno di Dio: Egli stesso e’ amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai crocifissori. Il mondo e’ redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini” (Benedetto XVI). Ecco l’eredità che Cristo risorto ha consegnato a Giacomo, la libertà sconfinata e la pazienza nelle sofferenze di chi possiede una vita senza fine. E la può donare, e in questo, gustare la pace, la gioia, l’essere più profondo, che davvero non passa, che riordina ogni relazione nella disciplina dell’amore. Ecco il regalo di Cristo risorto: la Grazia di dare la vita, amare, anche quando non si è amati, anche quando si è disprezzati. L’aveva compreso S. Francesco, e aveva vissuto sino in fondo la perfetta letizia del suo Signore. Così Giacomo, che ha offerto se stesso nel martirio d’amore, invece del primo che la carne desidera, ha occupato l’ultimo posto, il più bello, il più vero, il più felice. Il posto di Cristo. Il posto dell’amore infinito: “Quei discepoli che volevano sedersi uno alla sua destra e uno alla sua sinistra, cercavano anch’essi la gloria; miravano alla meta, ma non vedevano la via; il Signore li richiamava alla via, onde potessero con sicurezza raggiungere la patria. Eccelsa è la patria, umile è la via. La patria è la vita di Cristo, la via è la sua morte. La patria è lassù ove Cristo dimora con il Padre, la via è la sua passione. Chi ricusa la via, non cerca la patria” (S. Agostino). “Un calice” è pronto anche per noi: ti svegli e Cristo è a fianco a te porgendotelo. In esso è vi è il suo sangue sparso per amore di ogni uomo. E’ amaro, se ne bevono le incomprensioni, i rifiuti, le calunnie, le frustrazioni, il male che scorre a fiumi intorno a noi. Il Signore ha bevuto sino in fondo quello che tu ed io gli abbiamo porto con i nostri peccati; e così ci ha salvato. Oggi lo stesso calice è “preparato” per noi, se davvero siamo rinati nel suo amore. Questo “calice” è proprio l’unica chiave per accedere all’intimità con Gesù, non importa se “alla sua destra o alla sua sinistra”; importa essere una cosa sola con Lui, che significa pace e allegria del cuore, partecipando alla sua stessa missione. In essa si sperimenta il “suo Regno” già in mezzo al regno del demonio, tra le traversie del mondo. In esso si vive la vita del Cielo, amore purissimo che non conosce ostacoli, perché la morte è vinta e non vi ha più potere. Per questo Gesù ci dice che “non così dovrà essere tra voi”: la Chiesa è diversa dal mondo in modo inconfondibile, è un segno escatologico che indica come vivere per essere davvero felici; per questo, è la comunità inviata a bere il calice di dolore e peccati del mondo. Non potrà compiere la sua missione se non sperimenta, ogni giorno, che il veleno che lo colma non uccide. 
Già, ma come lo sperimenta? Nell’amore e nell’unità tra i figli che Dio le dona. Per questo i primi che ci presenteranno un calice di debolezze e peccati saranno proprio i fratelli chiamati alla stessa nostra comunità concreta: quelli con cui cammini sul sentiero stretto della conversione dove matura la fede, e sono spesso insopportabili, pieni di difetti e fragilità, esattamente come te e come me. Ma “tra noi” c’è qualcosa che il mondo non conosce: la misericordia che appare in Cristo inginocchiato dinanzi a noi per lavarci i piedi e perdonarci ogni peccato. Lui si è fatto “l’ultimo e il servo di tutti” per “riscattarci” dall’egoismo. Non c’era altra via e Lui l’ha percorsa, sino all’ultimo nostro peccato. Chi sperimenta il suo amore infinito ha uno sguardo nuovo sulle cose e le persone, perché ha cambiato mentalità; è incapace di “dominare” gli altri, nonostante sia tentato a farlo dai rantoli dell’uomo vecchio; sa che è stolto “esercitare il potere” sulle situazioni, perché “non così” è stato amato e liberato. “Non così” ha conosciuto la vera felicità. E’ stato chiamato, infatti, gratuitamente e inaspettatamente come Giacomo sulle rive della sua grigia routine, laddove ha cercato inutilmente senso e gioia per la propria vita. Per questo lascerà quelle reti infruttuose e il padre della carne sterile, per seguire una speranza così diversa da ogni altra, come il Cielo e l’infinito fatti carne in un amore che lo ha accolto esattamente come è, senza altre condizioni se non quella di lasciarsi amare, cioè di seguire le orme di quell’unico Uomo capace di amare così. Rigenerato dalla compagnia e dall’amicizia di Gesù, ne sarà così intimamente unito da lasciarsi crocifiggere con Lui, prendendo con lo stesso amore l’ultimo posto dove “servire” marito, moglie, figli, fidanzato, collega, anche e soprattutto il nemico. Siamo rinati nel battesimo per non vivere più seguendo i desideri della nostra “madre” nella carne, ma per “servire” ogni uomo, nella nuova natura che la “madre” Chiesa ci ha donato, e che continua ad alimentare con la Parola e i sacramenti perché diventi adulta e ci faccia finalmente liberi. Come Giacomo, infatti, attraverso la cura della Chiesa, sperimenteremo la Trasfigurazione del Signore che trasforma anche noi, pavidi e incoerenti, in apostoli capaci di pazienza nelle sofferenze e nelle persecuzioni; contempleremo in noi e nei fratelli il potere della Parola di Gesù, i suoi miracoli che scacciano i demoni, guariscono ogni infermità del cuore e risuscitano i morti a causa dei peccati; saremo condotti con Cristo al Getsemani, e lì – lo abbiamo di certo già sperimentato – ci addormenteremo oppressi dal sonno dell’uomo vecchio che sfugge responsabilità e sofferenze, e lo lasceremo di nuovo solo. Ma proprio grazie all’esperienza della nostra infinita debolezza, accettando la nostra totale impotenza, potremo accogliere l’obbedienza di Cristo che è il carattere inconfondibile di chi gli appartiene e vive per Lui e in Lui; la riceveremo immergendoci nelle acque della sua misericordia per rivestircene come l’abito nuziale, segno del dono e della liberazione da noi stessi e dal nostro sonno di paura di fronte alla Croce. Così risorti con Cristo, potremo essere colmati dallo Spirito Santo, nel quale vivere come “figli del tuono” che ha vinto la nostra morte per fare della nostra vita un prodigio che illumina le tenebre e scuote la terra nello zelo di “servire” ogni peccatore, i più piccoli e disprezzati nel mondo. Per questo, la nostra vita non può essere che quella di Cristo. Tutte le altre sono solo illusioni, fantasie gravide di sofferenza. Lasciamoci attirare nella sua intimità; camminiamo stretti a Lui, sulla via che ci conduce al vero, al bello e al buono. La via stretta e dolorosa della storia pregna del suo amore, orientata e sicura verso il suo Regno dove vivremo la pienezza del suo amore, la patria eterna per la quale siamo nati e alla quale siamo chiamati a condurre il mondo. Forse non saremo inviati in Spagna come Giacomo, ma di certo sino agli estremi confini della terra e della vita di chi ci è accanto, per scendere al fondo di ogni sofferenza e caricarci di ogni peccato, nel martirio dell’amore autentico. Certo, soffriremo delusioni e fallimenti come l’apostolo ha patito l’insuccesso della sua predicazione. Ma apparirà anche a noi la Vergine Maria, sul pilastro della Croce come apparve a Giacomo in quel di Saragozza: coraggio, non siamo soli nella missione che ci è affidata! La Chiesa nostra madre è con noi, ci accompagna, ci consola, ci istruisce e ci nutre, perché il nostro pellegrinaggio terreno, tra casa, ufficio, scuola e fatica e sofferenze, sia un passaggio beneficante per ogni uomo.

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