A PROPOSITO DEL ‘CASTIGO DIVINO’ (Provvidenza, Volontà, Destino) di Gianluca Marletta

  
Ogni qual volta una catastrofe naturale colpisce la nostra terra, si ripropone a margine una sorta di teatrino pseudo-teologico e pseudo-filosofico dove orgogliosi atei prendono a scusa la tragedia per riaffermare che “Dio non esiste” e dove zelanti credenti si lanciano in altrettante quanto improvvisate “teodicee”. Di frequente, poi, alcuni credenti si propongono in ardite interpretazioni che vedono nella catastrofe di turno l’effetto (o il ”castigo” inflitto da Dio) per un determinato e specifico “peccato” compiuto dall’umanità: interpretazioni commoventi nel loro “zelo” ma spesso povere di contenuto e viziate da un antropomorfismo esagerato che appare banale e persino “urticante”.

La breve riflessione che vi proponiamo non intende, naturalmente, dissipare ogni dubbio sulla questione del “castigo divino” o sul cosiddetto problema del “male nel mondo”, ma vuole provare ad offrire una chiave di lettura più intellegibile e meno “sentimentale” rispetto a questi problemi, cosa che al giorno d’oggi sembra quasi sempre mancare.
 
PROVVIDENZA, VOLONTA’, DESTINO
Per prima cosa, bisogna capire che anche il senso del cosiddetto “castigo” divino va compreso alla luce dell’insegnamento metafisico per il quale tutti i fenomeni del mondo soggiacciono al potere della Triade Provvidenza/Volontà/Destino[1].
La Provvidenza è il riflesso nel mondo della Volontà del Dio personale, che indirizza gli esseri verso il Bene o, per meglio dire, verso il loro superiore destino di “realizzazione spirituale”. Il termine “bene”, infatti, se interpretato a partire da coloriture soggettive e sentimentali, può indurre degli equivoci, perché non tutto quello che appare come “piacevole” per l’essere individuale è anche “benefico”, così come non tutto quello che appare ad un dato momento come “sgradevole” è necessariamente “malefico”. Il bene ed il male, infatti, sono tali non in base alla mutevole (e quindi illusoria) percezione individuale, ma solo alla luce del Bene Supremo che è la Realizzazione dell’essere nell’Assoluto o anche, sul piano immediato, della sua Salvezza.
Il cosiddetto Destino, al contrario, non è altro che l’insieme delle determinazioni e della catena inesorabile delle cause e degli effetti che impone al mondo la legge della necessità: una legge che è “cieca” e “impersonale” –di per se né benefica né malefica- ma che l’essere individuale percepisce come “spietata” perché caratterizzata dal continuo alternarsi di nascita e morte, formazione e distruzione e dallo scorrere terribile del tempo che tutto consuma (Cronos che divora gli stessi figli da lui generati). Si tratta di quella forza inesorabile che così bene descrive, nel suo linguaggio tragico e poetico, Giacomo Leopardi quale forza “che illude e disillude”; forza che pure è indispensabile su questo mondo e su questo piano di realtà affinché gli esseri vengano generati e possano manifestarsi per il tempo a loro stabilito (così, ad esempio, le stesse forze che danno origine alle montagne e ai continenti sono anche quelle che li sgretolano e distruggono sotto forma di terremoti).
Inoltre, dev’essere “compresa” nell’ambito del Destino anche quella catena indefinita di cause ed effetti provocati dall’agire e dalla volontà dei vari esseri (uomo in primis) che determina certe ricadute non solo sul piano meramente “materiale”, ma anche su quello “sottile” e spirituale (da cui, ad esempio, la percezione che si ha a volte di una “maledizione” che pesa su determinati esseri, famiglie o persino luoghi, o l’idea che atti ormai passati “prolunghino” i loro effetti di individuo in individuo o di generazione in generazione[2]).
All’incrocio tra Provvidenza e Destino, infine, vi è la terza potenza che determina il divenire di questo mondo che è la Volontà degli esseri senzienti, nel caso specifico dell’Uomo. La Volontà umana vede nel Destino un “nemico” e una forza oscura che la imprigiona: è quello che i Greci indicavano come Ananké (il fato strangolatore[3]), forza cieca che determina la vita di tutti gli esseri e che li conduce inevitabilmente alla dissoluzione. Ma c’è una possibilità a cui l’Uomo può e deve attingere: quella per la quale, “alleandosi” con la Volontà divina rappresentata dalla Provvidenza, la volontà umana può sciogliere le catene del fato cieco e sfuggire al destino di distruzione ad esso correlato.
 
COSA SONO IL “DIVINO CASTIGO” E LA “DIVINA PUNIZIONE”?
Per l’essere umano che “ha scelto” di porsi dalla parte della Divina Provvidenza, dunque, il Destino non è più una forza invincibile, così come qualsiasi altra determinazione “naturale”. L’esperienza concreta di innumerevoli “miracoli” in cui, con la forza della Fede e della preghiera, le stesse leggi apparentemente inesorabili della natura sembrano sospendersi o annullarsi, dà l’idea di cosa vogliamo intendere.
E tuttavia, questo non significa affatto che l’uomo “alleato con la Provvidenza” sia definitivamente liberato da ogni tribolazione: alcuni drammi, certamente, potranno essere evitati, ma altri sono permessi da Dio al fine di elevare l’essere e condurlo all’unico e vero Bene che è sempre –non dimentichiamolo- Dio stesso, perché, come dice San Paolo, “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio”[4].
Al contrario, l’uomo che si volge dall’altra parte –che “rifiuta” la Provvidenza- finisce necessariamente e inesorabilmente per essere dominato dal Destino e dal suo insieme di determinazioni necessitanti; un Destino che può apparire a tratti “piacevoli” e a tratti “doloroso” ma che, in ultimo, conduce inevitabilmente verso la distruzione e –cosa ben più temibile- verso la Seconda Morte che attende, dopo quella fisica, l’individuo che è “lontano da Dio”.
Per questo motivo, la vera “punizione divina” è l’essere “abbandonati” alla terribile legge del mondo, al Destino che illude e consuma; e per questo, nelle Scritture, spesso la “punizione” che Dio infligge all’uomo empio è quella di abbandonarlo a se stesso (“ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore” recita l’inno del Magnificat).
Ma alla luce di quanto detto, cosa rispondere a chi afferma –o al contrario nega- che le catastrofi e le sventure possano essere una “punizione” divina? Un terremoto, un alluvione, un’epidemia che colpisce indiscriminatamente possono essere considerati “vendette” divine?
Certamente, una singola sciagura può anche essere letta, alle volte, come un “divino castigo”, in cui la Provvidenza divina “abbandona” l’uomo alle conseguenze inesorabili del Destino: ma la nostra valutazione da cosa dipende? Dipende solo da quanto un evento appare a noi piacevole o sgradevole? E perché non pensare che uno stesso evento possa costituire, a seconda di chi lo subisce, un “castigo”, un “ammonimento” o addirittura un’occasione di perfezione?
Lo stesso termine “castigo”, secondo una certa etimologia, rimanda all’espressione “essere casto”, essere “purificato”: quello che per l’empio, dunque, è solo causa di disperazione e rovina, per un altro individuo può essere causa di ravvedimento e di cambiamento e, per un altro ancora, causa di perfezione.
Tutto ciò che accade, in realtà, è lì solo per ricordarci (e tutto è vano in questo mondo se non il “ricordo di Dio”) che l’Uomo è un essere chiamato a scegliere: o con Dio o con le forze cieche della dissoluzione e della morte. Tertium non datur.
 
[1] Naturalmente, bisogna comprendere che, su un piano ancora più elevato e universale, nulla sfugge alla Volontà Divina e che pertanto sia il Destino apparentemente “cieco”, sia le scelte degli esseri individuali sono comunque “compresi” nell’Infinità delle possibilità divine.
[2] E’ questo, tra l’altro, uno dei sensi della dottrina orientale del Karma (termine che letteralmente significa “azione”, ma che può anche intendersi come l’insieme delle “conseguenze delle azioni”).
[3] Dalla stessa radice indoeuropea, viene la parola italiana “anaconda”, che indica per eccellenza il “serpente strangolatore”, e l’inglese to hang, “impiccare”.
[4] Romani 8, 11
[5] Luca 1, 68

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