A proposito dei discepoli di Emmaus…


E’ il cammino della speranza la via di cui ci parla questa stupenda pagina del vangelo di Luca. I due discepoli che vanno verso Emmaus hanno deciso di tornare alla solita vita, di lasciare indietro tutto ciò che li aveva illusi nei mesi precedenti. Lungo il cammino incontrano però uno sconosciuto che fa loro delle domande: Cosa è accaduto? Perché siete tristi? Avevano sperato che Gesù fosse il Messia atteso, colui che avrebbe liberato Israele. Ma quel Gesù lì, condannato e ucciso dalle autorità, non sembra aver potuto niente contro questo destino. Tanto che già la definizione stessa della persona di Gesù viene da loro ridotta: “Fu profeta potente”. Insomma, al massimo era un profeta, potente sì, ma solo un profeta, di fatto non ha ricostruito il nuovo Israele. E allora i due se ne vanno, fuggono dalla loro speranza. Eppure. Qualche indizio positivo ci sarebbe ancora: quello che hanno raccontato le donne, la tomba vuota, perfino una visione di angeli . . . dicono che Egli è vivo – “Ma noi non l’abbiamo visto”. Questa affermazione dei discepoli suona paradossale se prendiamo in considerazione la frase all’inizio di questo brano: “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Camminava con loro e si lamentavano di non averlo visto! Proviamo a chiedercelo: quante volte questa è la nostra stessa condizione, e quella di molti uomini intorno a noi – Gesù cammina con noi, ma noi ci lamentiamo di non averlo visto? Ciò che rende possibile sperare è la presenza di Gesù, ma i due in viaggio verso Emmaus sono impediti a riconoscerlo. Perché hanno già determinato i confini, il disegno di quella presenza, hanno già in testa un messia, le caratteristiche che uno dovrebbe rispettare per essere tale. Non lo potevano accettare, un messia che fosse meno di quell’idea che si erano messi in testa. E qual era questa idea? Se Gesù fosse stato il messia, ragionavano i due, allora avrebbe dovuto trionfare, liberare Israele. Magari ribellandosi alle autorità, comunque certamente non avrebbe dovuto morire. La morte è la fine di tutto.Come si può continuare a sperare? Possiamo riconoscerci nei discepoli di Emmaus: quante volte poniamo la nostra speranza nel confine limitato di un’immagine che ci facciamo su qualcosa e su qualcuno? Questa immagine non deve realizzarsi proprio così come noi pensiamo?

Poi arriva qualcuno che ci fa delle domande e siamo provocati a rompere lo schema, il disegno nel quale avevamo racchiuso il nostro giudizio preconcetto sulla realtà. Camminando a fianco di questa presenza scopriamo un modo nuovo di guardare le cose che sono accadute e che accadono nella nostra vita, un modo che ci sembra sempre più convincente man mano che camminiamo – perché la convinzione, nelle cose più importanti della vita, ha bisogno della verifica del tempo e dell’esperienza concreta della convivenza. Più stiamo vicini a qualcosa che ci spiega la vita, più possiamo verificare se questa spiegazione funziona in realtà. Oggi c’è una grande fragilità sulle certezze vitali più importanti, tutto è messo in dubbio. Si pensa di aver vissuto tante cose, ma non si porta a casa nulla di tutto quel vissuto. Sembra che la storia non porti a nessuna certezza. E senza certezze nemmeno c’è speranza. Come per i discepoli di Emmaus, è necessaria una Presenza che ci apra gli occhi, che ci riporti alla verità del nostro cuore, una verità che avevamo dimenticato. Allora tutto il nostro passato acquista un significato, quel significato che sembrava essere perduto, che appariva irrecuperabile. Eppure pensavamo già di sapere … ma quello che sapevamo non serviva a nulla per la nostra speranza.

Ma quindi la speranza da dove viene? Da una Presenza che ci viene incontro, che sta al nostro lato. Non siamo tanto noi che lo cerchiamo, ma è Lui che continuamente viene e vive con noi. I due di Emmaus non lo riconoscevano e lui dice a loro: “Non sapevate …?”. Cioè apre loro gli occhi su quanto accade. Egli è già presente, si tratta di prendere coscienza di questa sua Presenza. Di rileggere i fatti della vita davanti a Lui. Ecco la speranza: nella dolcezza della sua presenza, gli occhi tornano a vedere quello che prima sfuggiva loro.

Egli non aveva una sua casa dove andare, andava dietro a loro. Non aveva un suo cammino da compiere, li seguiva nel loro cammino, si accompagnava a loro per dare speranza a due cuori smarriti. È questa la condizione dei discepoli fino alla fine dei tempi, finché il viaggio dell’umanità non avrà fine. Allora tutti lo riconosceremo e guardando indietro la nostra vita ci apparirà illuminata tutta dalla sua presenza. ( D.Barsotti, Le apparizioni del risorto, p.63)

La speranza è uno sguardo che ci accompagna e ci insegna a guardare di nuovo la realtà, questa volta con i suoi occhi. Quegli occhi che ci insegnano a vedere la luce dentro il buio, a leggere di nuovo il passato, a comprendere la notte che si apre alla luce del nuovo giorno. E così con Lui possediamo lo sguardo rinnovato della speranza.

Cristo non è venuto al mondo perché lo capissimo, ma perché ci aggrappassimo a lui, perché ci facessimo trascinare da lui dentro all’evento immenso della resurrezione. (…) Nessuna lacrima scorre invano, nessun respiro rimane inascoltato, nessun dolore viene disprezzato e nessun giubilo perso. Il mondo visibile passa sopra a tutto questo in modo brutale, senza cuore e violento. Ma Dio raccoglie questa nostra vita bruciante, incandescente con la sua grazia, la misericordia, la sua grande bontà. (…) La nostra vera vita è nascosta, ma saldamente fondata nell’eternità. (D.Bonhoeffer, Voglio vivere questi giorni con voi, p. 348)

don Antonio Anastasio, cappellano del campus Bovisa del Politecnico di Milano

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