“Spifferi parte XX: Appello ai 4 Cardinali dei dubia” di Fra Cristoforo

Supplica ai 4 Cardinali dei Dubia

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15 Marzo L’esilio in Egitto

Buono per riconoscere anche i nostri esilii ed accettarli con gioia, umiltà e fiducia profonda nel nostro Dio!

AllChristian.it

img088Vivere in esilio è certamente un dolore. San Giuseppe si trovò allora allo sbaraglio stando esule, con Gesù e Maria, in Egitto?

Non esattamente così, per quanto fosse stata precipitosa la fuga da Betlemme e per quanto l’Egitto fosse straniero per indole, costume, lingua e religione, e chiamato «popolo barbaro» (Sal 113,1) per la sua idolatria. Egli arrivava là con la prospettiva di una situazione non tanto minacciosa quanto quella che si era lasciata alle spalle. Sapeva, in base alla conoscenza della Sacra Scrittura e alle memorie della sua gente, che gli egiziani, amici o nemici, non erano mai stati pregiudizialmente chiusi agli ebrei e che questi mantenevano con quelli un rapporto continuo.

In Egitto era andato Abramo con la moglie Sara ricevendone «greggi e armenti e asini, schiave e schiavi, asine e cammelli», e poi venendo accompagnato fuori della frontiera dalla scorta di alcuni uomini (Gen 12,16-20).

Vi era…

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“Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa”

Per la maggior gloria di Dio

Scriveva Don Divo Barsotti: Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa.

Noi, invece, attratti – anzi – inchiodati alla nostra umanità, siamo abituati a ringraziare Dio per le cose che ci dà, non per le cose che ci chiede e non pensiamo che quando Dio ci chiede qualcosa, prepara cose grande per noi, quelle che valgono per l’eternità. Quando Dio ci chiede o ci toglie cose a cui teniamo o quando siamo colpiti da sofferenze corporali o spirituali, prepotente entra in gioco la nostra umanità. Ci assalgono l’angoscia e il terrore e chiediamo – umanamente – condivisione della pena e la partecipazione a chi ci è vicino. Il parente, l’amico, anche il distante da noi. Qual è, di solito, la reazione di coloro a cui ci rivolgiamo, ai quali chiediamo partecipazione al nostro dolore, alla nostra tristezza?
La prefigura il Vangelo…

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SPAEMANN : “Anche nella Chiesa c’è un limite di sopportabilità” ….

JOSEPH RATZINGER :B16 e G.GÄNSWEIN

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di Sandro Magister

Il professor Robert Spaemann, 89 anni, coetaneo e amico di Joseph Ratzinger, è professore emerito di filosofia presso la Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera. È uno dei maggiori filosofi e teologi cattolici tedeschi. Vive a Stoccarda. Il suo ultimo libro uscito in Italia è: “Dio e il mondo. Un’autobiografia in forma di dialogo”, edito da Cantagalli nel 2014.

Lo scorso 28 aprile fece colpo in tutto il mondo l’intervista sulla “Amoris laetitia” che egli diede a Catholic News Agency, rilanciata lo stesso giorno in italiano da Settimo Cielo:

> Spaemann: “È il caos eretto a principio con un tratto di penna”

Questo che segue è un ulteriore intervento del filosofo sulla “Amoris laetitia”, questa volta pubblicato il 17 giugno sul giornale tedesco “Die Tagespost” e rilanciato lo stesso giorno sull’edizione tedesca di Catholic News Agency:

> “Die Kirche ist nicht grenzenlos belastbar”

“ANCHE NELLA CHIESA C’È UN…

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I VESCOVI UCRAINI IN GINOCCHIO DAVANTI A BENEDETTO XVI

JOSEPH RATZINGER :B16 e G.GÄNSWEIN

La foto sta facendo il giro del mondo sui social network. Gli alti prelati ucraini, a Roma per vedere Francesco, si sono recati in visita anche da Joseph Ratzinger e gli hanno chiesto la sua benedizione.

Certe foto parlano da sole e dicono molto più di migliaia di parole. I vescovi ucraini, in visita a Roma per incontrare papa Francesco, hanno deciso di fermarsi a salutare anche il papa emerito Benedetto XVI. Lo hanno, così, incontrato nei giardini vaticani, dove il pontefice che rinunciato al ministero petrino è solito fare qualche passeggiata pomeridiana. Hanno scambiato qualche battuta e, alla fine, gli hanno chiesto di impartire loro la sua benedizione. A questo punto, i vescovi, in una maniera del tutto inusuale, si sino inginocchiati come fossero dei fedeli qualunque, mentre Benedetto XVI invocava il sostegno di Dio su di loro. La maggior parte di loro sono anziani e non si sono…

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La conversione di San Paolo – Benedetto XVI

Cari fratelli e sorelle,

la catechesi di oggi sarà dedicata all’esperienza che san Paolo ebbe sulla via di Damasco e quindi a quella che comunemente si chiama la sua conversione. Proprio sulla strada di Damasco, nei primi anni 30 del secolo I, e dopo un periodo in cui aveva perseguitato la Chiesa, si verificò il momento decisivo della vita di Paolo. Su di esso molto è stato scritto e naturalmente da diversi punti di vista. Certo è che là avvenne una svolta, anzi un capovolgimento di prospettiva. Allora egli, inaspettatamente, cominciò a considerare “perdita” e “spazzatura” tutto ciò che prima costituiva per lui il massimo ideale, quasi la ragion d’essere della sua esistenza (cfr Fil 3,7-8). Che cos’era successo?


Abbiamo a questo proposito due tipi di fonti. Il primo tipo, il più conosciuto, sono i racconti dovuti alla penna di Luca, che per ben tre volte narra l’evento negli Atti degli Apostoli (cfr 9,1-19; 22,3-21; 26,4-23). Il lettore medio è forse tentato di fermarsi troppo su alcuni dettagli, come la luce dal cielo, la caduta a terra, la voce che chiama, la nuova condizione di cecità, la guarigione come per la caduta di squame dagli occhi e il digiuno. Ma tutti questi dettagli si riferiscono al centro dell’avvenimento: il Cristo risorto appare come una luce splendida e parla a Saulo, trasforma il suo pensiero e la sua stessa vita. Lo splendore del Risorto lo rende cieco: appare così anche esteriormente ciò che era la sua realtà interiore, la sua cecità nei confronti della verità, della luce che è Cristo. E poi il suo definitivo “sì” a Cristo nel battesimo riapre di nuovo i suoi occhi, lo fa realmente vedere.
Nella Chiesa antica il battesimo era chiamato anche “illuminazione”, perché tale sacramento dà la luce, fa vedere realmente. Quanto così si indica teologicamente, in Paolo si realizza anche fisicamente: guarito dalla sua cecità interiore, vede bene. San Paolo, quindi, è stato trasformato non da un pensiero ma da un evento, dalla presenza irresistibile del Risorto, della quale mai potrà in seguito dubitare tanto era stata forte l’evidenza dell’evento, di questo incontro. Esso cambiò fondamentalmente la vita di Paolo; in questo senso si può e si deve parlare di una conversione. Questo incontro è il centro del racconto di san Luca, il quale è ben possibile che abbia utilizzato un racconto nato probabilmente nella comunità di Damasco. Lo fa pensare il colorito locale dato dalla presenza di Ananìa e dai nomi sia della via che del proprietario della casa in cui Paolo soggiornò (cfr At 9,11).
Il secondo tipo di fonti sulla conversione è costituito dalle stesse Lettere di san Paolo. Egli non ha mai parlato in dettaglio di questo avvenimento, penso perché poteva supporre che tutti conoscessero l’essenziale di questa sua storia, tutti sapevano che da persecutore era stato trasformato in apostolo fervente di Cristo. E ciò era avvenuto non in seguito ad una propria riflessione, ma ad un evento forte, ad un incontro con il Risorto. Pur non parlando dei dettagli, egli accenna diverse volte a questo fatto importantissimo, che cioè anche lui è testimone della risurrezione di Gesù, della quale ha ricevuto immediatamente da Gesù stesso la rivelazione, insieme con la missione di apostolo. Il testo più chiaro su questo punto si trova nel suo racconto su ciò che costituisce il centro della storia della salvezza: la morte e la risurrezione di Gesù e le apparizioni ai testimoni (cfr. 1 Cor 15). Con parole della tradizione antichissima, che anch’egli ha ricevuto dalla Chiesa di Gerusalemme, dice che Gesù morto crocifisso, sepolto, risorto apparve, dopo la risurrezione, prima a Cefa, cioè a Pietro, poi ai Dodici, poi a cinquecento fratelli che in gran parte in quel tempo vivevano ancora, poi a Giacomo, poi a tutti gli Apostoli. E a questo racconto ricevuto dalla tradizione aggiunge: “Ultimo fra tutti apparve anche a me” (1 Cor 15,8). Così fa capire che questo è il fondamento del suo apostolato e della sua nuova vita. Vi sono pure altri testi nei quali appare la stessa cosa: “Per mezzo di Gesù Cristo abbiamo ricevuto la grazia dell’apostolato” (cfr Rm 1,5); e ancora: “Non ho forse veduto Gesù, Signore nostro?” (1 Cor 9,1), parole con le quali egli allude ad una cosa che tutti sanno. E finalmente il testo più diffuso si legge in Gal 1,15-17: “Ma quando colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo Figlio perché lo annunziassi in mezzo ai pagani, subito, senza consultare nessun uomo, senza andare a Gerusalemme da coloro che erano apostoli prima di me, mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco”. In questa “autoapologia” sottolinea decisamente che anche lui è vero testimone del Risorto, ha una propria missione ricevuta immediatamente dal Risorto.

Possiamo così vedere che le due fonti, gli Atti degli Apostoli e le Lettere di san Paolo, convergono e convengono sul punto fondamentale: il Risorto ha parlato a Paolo, lo ha chiamato all’apostolato, ha fatto di lui un vero apostolo, testimone della risurrezione, con l’incarico specifico di annunciare il Vangelo ai pagani, al mondo greco-romano. E nello stesso tempo Paolo ha imparato che, nonostante l’immediatezza del suo rapporto con il Risorto, egli deve entrare nella comunione della Chiesa, deve farsi battezzare, deve vivere in sintonia con gli altri apostoli. Solo in questa comunione con tutti egli potrà essere un vero apostolo, come scrive esplicitamente nella prima Lettera ai Corinti: “Sia io che loro così predichiamo e così avete creduto” (15, 11). C’è solo un annuncio del Risorto, perché Cristo è uno solo.

Come si vede, in tutti questi passi Paolo non interpreta mai questo momento come un fatto di conversione. Perché? Ci sono tante ipotesi, ma per me il motivo è molto evidente. Questa svolta della sua vita, questa trasformazione di tutto il suo essere non fu frutto di un processo psicologico, di una maturazione o evoluzione intellettuale e morale, ma venne dall’esterno: non fu il frutto del suo pensiero, ma dell’incontro con Cristo Gesù. In questo senso non fu semplicemente una conversione, una maturazione del suo “io”, ma fu morte e risurrezione per lui stesso: morì una sua esistenza e un’altra nuova ne nacque con il Cristo Risorto. In nessun altro modo si può spiegare questo rinnovamento di Paolo. Tutte le analisi psicologiche non possono chiarire e risolvere il problema. Solo l’avvenimento, l’incontro forte con Cristo, è la chiave per capire che cosa era successo: morte e risurrezione, rinnovamento da parte di Colui che si era mostrato e aveva parlato con lui. In questo senso più profondo possiamo e dobbiamo parlare di conversione. Questo incontro è un reale rinnovamento che ha cambiato tutti i suoi parametri. Adesso può dire che ciò che prima era per lui essenziale e fondamentale, è diventato per lui “spazzatura”; non è più “guadagno”, ma perdita, perché ormai conta solo la vita in Cristo.

Non dobbiamo tuttavia pensare che Paolo sia stato così chiuso in un avvenimento cieco. È vero il contrario, perché il Cristo Risorto è la luce della verità, la luce di Dio stesso. Questo ha allargato il suo cuore, lo ha reso aperto a tutti. In questo momento non ha perso quanto c’era di bene e di vero nella sua vita, nella sua eredità, ma ha capito in modo nuovo la saggezza, la verità, la profondità della legge e dei profeti, se n’è riappropriato in modo nuovo. Nello stesso tempo, la sua ragione si è aperta alla saggezza dei pagani; essendosi aperto a Cristo con tutto il cuore, è divenuto capace di un dialogo ampio con tutti, è divenuto capace di farsi tutto a tutti. Così realmente poteva essere l’apostolo dei pagani.

Venendo ora a noi stessi, ci chiediamo che cosa vuol dire questo per noi? Vuol dire che anche per noi il cristianesimo non è una nuova filosofia o una nuova morale. Cristiani siamo soltanto se incontriamo Cristo. Certamente Egli non si mostra a noi in questo modo irresistibile, luminoso, come ha fatto con Paolo per farne l’apostolo di tutte le genti. Ma anche noi possiamo incontrare Cristo, nella lettura della Sacra Scrittura, nella preghiera, nella vita liturgica della Chiesa. Possiamo toccare il cuore di Cristo e sentire che Egli tocca il nostro. Solo in questa relazione personale con Cristo, solo in questo incontro con il Risorto diventiamo realmente cristiani. E così si apre la nostra ragione, si apre tutta la saggezza di Cristo e tutta la ricchezza della verità. Quindi preghiamo il Signore perché ci illumini, perché ci doni nel nostro mondo l’incontro con la sua presenza: e così ci dia una fede vivace, un cuore aperto, una grande carità per tutti, capace di rinnovare il mondo.

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Il Figlio dell’uomo è Signore del sabato

Ogni giorno della creazione è grande e mirabile. Nessuno però si può paragonare al settimo giorno : In esso, non ci è proposta alla contemplazione la creazione di una o di un’altra natura : È il riposo stesso di Dio, e la perfezione di tutte le creature. Infatti leggiamo : « Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro » (Gen 2, 2). O grande giorno ! Insondabile riposo, sabato magnifico ! Ah, se tu potessi comprendere ! Quel giorno non è tracciato dalla corsa del sole visibile, non comincia con il suo sorgere, non finisce al suo tramonto : non c’è nè mattina, nè sera (cf. Gen 1, 5) …
Ascoltiamo Colui che ci invita al riposo : « Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò » (Mt 11, 28). Questa è la preparazione del sabato. E ora, ecco il sabato stesso : « Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime » (11, 29). È questo il riposo, la tranquilità, è questo il vero sabato… Perché questo giogo non fatica, ma unisce ; questo fardello ha le alli invece del peso ; questo giogo è la carità, questo carico è la dilezione fraterna. In esso, ci riposiamo ; in esso, facciamo il sabato ; in esso, siamo liberati dalla schiavitù. E nel caso in cui, la nostra debolezza lasciasse sfuggire qualque colpa, allora la carità coprira una moltitudine di peccati (1 Pt 4, 8), e la festa del sabato non sarà interrotta.

Aelredo di Rievaulx. Speculum caritatis c. 19-24 

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