Santità, la Madonna non tace: parla eccome sul peccato e l’impenitenza finale!

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“BEATI COLORO CHE SENZA AVER VISTO HANNO CREDUTO”. (Gv 20,29) Commento di padre Ignace de la Potterie sj


Due aspetti ci preme mettere in rilievo: anche in questa versione riveduta, le parole di Gesù vengono tradotte con un’imprecisione, rispetto all’originale greco. E tale imprecisione viene di fatto utilizzata per confermare con l’autorità del Vangelo un’impostazione che sembra prevalente nella Chiesa di oggi: l’idea che la vera fede sia quella che prescinde totalmente dai segni visibili. L’errore di traduzione a cui pensa di poter appoggiarsi tale interpretazione, che di fatto travisa il passo evangelico, consiste nel tradurre al presente il rimprovero di Gesù: “Beati coloro che credono, pur senza aver visto”. In questo modo le parole vengono trasformate in una regola di metodo valida per tutti coloro che vivono nei tempi successivi alla morte e risurrezione di Gesù. E infatti la nota [1] spiega che solo per i contemporanei di Gesù “visione e fede erano abbinate”, mentre per tutti coloro che vengono dopo, “la normalità della fede poggia sull’ascolto, non sul vedere”. Secondo questa interpretazione sembra quasi che Gesù si opponga al naturale desiderio di vedere, chiedendo a noi una fede fondata solo sull’ascolto della Parola. In realtà, qui il verbo non è al presente, come viene tradotto. Nell’originale greco il verbo è all’aoristo (πιστεύσαντες), anche nella versione latina era messo al passato (crediderunt). “Tu hai creduto perché hai visto” – dice Gesù a Tommaso – “beati coloro che senza aver visto [ossia che senza aver visto me, direttamente] hanno creduto”. E l’allusione non è ai fedeli che vengono dopo, che dovrebbero “credere senza vedere”, ma agli apostoli e ai discepoli che per primi hanno riconosciuto che Gesù era risorto, pur nell’esiguità dei segni visibili che lo testimoniavano. In particolare il riferimento indica proprio Giovanni, che con Pietro era corso al sepolcro per primo dopo che le donne avevano raccontato l’incontro con gli angeli e il loro annuncio che Gesù Cristo era risorto. Giovanni, entrato dopo Pietro, aveva visto degli indizi, aveva visto la tomba vuota, e le bende rimaste vuote del corpo di Gesù senza essere sciolte, e pur nell’esiguità di tali indizi aveva cominciato a credere. La frase di Gesù “beati quelli che pur senza aver visto [me] hanno creduto” rinvia proprio al “vidit et credidit” riferito a Giovanni al momento del suo ingresso nel sepolcro vuoto. Riproponendo l’esempio di Giovanni a Tommaso, Gesù vuole indicare che è ragionevole credere alla testimonianza di coloro che hanno visto dei segni, degli indizi della sua presenza viva. Non è la richiesta di una fede cieca, è la beatitudine promessa a coloro che in umiltà riconoscono la sua presenza a partire da segni anche esigui e danno credito alla parola di testimoni credibili. L’imprecisione introdotta dai traduttori riguardo al tempo dei verbi usati da Gesù è servita a cambiare il senso delle sue parole e a riferirle non più a Giovanni e agli altri discepoli, ma ai credenti futuri. E’ passata così inconsapevolmente l’interpretazione del teologo esegeta protestante Rudolf Bultmann,che traduceva i due verbi del passo al presente (“Beati coloro che non vedono e credono”) per presentarla “come una critica radicale dei segni e delle apparizioni pasquali e come un’apologia della fede privata di ogni appoggio esteriore” (Donatien Mollat). Mentre è esattamente il contrario. Ciò che viene rimproverato a Tommaso non è di aver visto Gesù. Il rimprovero cade sul fatto che all’inizio Tommaso si è chiuso e non ha dato credito alla testimonianza di coloro che gli dicevano di aver visto il Signore vivo. Sarebbe stato meglio per lui dare un credito iniziale ai suoi amici, nell’attesa di rifare di persona l’esperienza che loro avevano fatto. Invece Tommaso ha quasi preteso di dettare lui le condizioni della fede. Vi è un altro ricorrente errore di traduzione, ripetuto anche dalla nuova versione CEI. Quando Gesù sottopone le sue ferite alla “prova empirica” richiesta da Tommaso, accompagna questa offerta con un’esortazione: “E non diventare incredulo, ma diventa (γίνου) credente”. Significa che Tommaso non è ancora né l’uno né l’altro. Non è ancora incredulo, ma non è nemmeno ancora un credente. La versione CEI, come molte altre, traduce invece: “E non essere incredulo, ma credente”. Ora, nel testo originale, il verbo “diventare” suggerisce l’idea di dinamismo, di un cambiamento provocato dall’incontro col Signore vivo. Senza l’incontro con una realtà vivente non si può cominciare a credere. Solo dopo che ha visto Gesù vivo Tommaso può cominciare a diventare “credente”. Invece la versione inesatta, che va per la maggiore, sostituendo il verbo essere al verbo diventare, elimina la percezione di tale movimento, e sembra quasi sottintendere che la fede consiste in una decisione da prendere a priori, un moto originario dello spirito umano. E’ un totale rovesciamento. Tommaso, anche lui, vede Gesù e allora, sulla base di questa esperienza, è invitato a rompere gli indugi e a diventare credente. Se al diventare si sostituisce l’essere, sembra quasi che a Tommaso sia richiesta una fede preliminare, che sola gli permetterebbe di “vedere” Gesù e accostarsi alle sue piaghe. Come vuole l’idealismo per cui è la fede a creare la realtà da credere. Le spiegazioni della nota, basate su queste traduzioni inesatte, e che per fortuna, come ha premesso monsignor Antonelli, non possiedono “alcun carattere di ufficialità”, sembrano comunque piegare le parole di Gesù alla nuova tendenza che vige oggi nella Chiesa, secondo cui una fede pura è quella che prescinde dal “vedere”, ossia dall’appoggio e dallo stimolo dei segni sensibili. E’ vero, come spiega la nota, che nel tempo attuale “la visione non può essere pretesa”. Niente nell’esperienza cristiana può mai essere oggetto di “pretesa”. Ma mettere in alternativa il vedere e l’ascoltare e sostenere che “la normalità della fede poggia sull’ascolto, e non sul vedere” ossia che basta ascoltare il “racconto” del cristianesimo per diventare cristiani, sembra essere in contraddizione con tutto ciò che insegnano le Scritture e la Tradizione della Chiesa. Le apparizioni a Maria di Magdala, ai discepoli e a Tommaso sono l’immagine normativa di un’esperienza che ogni credente è chiamato a fare nella Chiesa; come l’apostolo Giovanni, anche per noi il “vedere” può essere una via d’accesso al “credere”. Proprio per questo continuiamo a leggere i racconti del Vangelo: per rifare l’esperienza di coloro che dal “vedere” sono passati al “credere” (si pensi alla contemplazione delle scene evangeliche e all’applicazione dei sensi a esse, secondo una lunga tradizione spirituale). Il Vangelo di Marco si conclude testimoniando che la predicazione degli apostoli non era solo un semplice racconto, ma era accompagnata da miracoli, affinché potessero confermare le loro parole con questi segni: “Allora essi partirono e annunciarono il vangelo dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la parola con i segni che la accompagnavano” (Mc 16,20). 


Molti Padri della Chiesa, dall’occidentale Agostino fino all’orientale Atanasio, hanno insistito su questa permanenza dei segni visibili esteriori che accompagnano la predicazione e che non sono un di meno, una concessione alla debolezza umana, ma sono connessi con la realtà stessa dell’incarnazione. Se Dio si è fatto uomo, risorto col suo vero corpo, rimane uomo per sempre e continua ad agire. Ora non vediamo il corpo glorioso del Risorto, ma possiamo vedere le opere e i segni che compie: “In manibus nostris codices, in oculis facta”, dice Agostino: “nelle nostre mani i codici dei Vangeli, nei nostri occhi i fatti”. Mentre leggiamo i Vangeli, vediamo di nuovo i fatti che accadono. E Atanasio scrive nell’Incarnazione del Verbo: “Come, essendo invisibile, si conosce in base alle opere della creazione, così, una volta divenuto uomo, anche se non si vede nel corpo, dalle opere si può riconoscere che chi compie queste opere non è un uomo ma il Verbo di Dio. Se una volta morti non si è più capaci di far nulla ma la gratitudine per il defunto giunge fino alla tomba e poi cessa – solo i vivi, infatti, agiscono e operano nei confronti degli altri uomini – veda chi vuole e giudichi confessando la verità in base a ciò che si vede”. Tutta la Tradizione conserva con fermezza il dato che la fede non si basa solo sull’ascolto, ma anche sull’esperienza di prove esteriori, come ricorda il Catechismo della Chiesa cattolica al paragrafo 156, citando le definizioni dogmatiche del Concilio ecumenico Vaticano I: «“Nondimeno, perché l’ossequio della nostra fede fosse conforme alla ragione, Dio ha voluto che agli interiori aiuti dello Spirito Santo si accompagnassero anche prove esteriori della sua rivelazione”. Così i miracoli di Cristo e dei santi, le profezie, la diffusione e la santità della Chiesa, la sua fecondità e la sua stabilità “sono segni certissimi della divina rivelazione, adatti a ogni intelligenza”, sono “motivi di credibilità” i quali mostrano che l’assenso della fede non è “affatto un cieco moto dello spirito”».
In particolare, sono i santi che attualizzano per i loro contemporanei i racconti del Vangelo. Quando san Francesco parlava, per chi era lì presente era chiarissimo che i Vangeli non erano un racconto del passato, solo da leggere e ascoltare: in quel momento era evidente che in quell’uomo era presente e agiva Gesù stesso.

Non per niente anche Giovanni Paolo II ha proposto in chiave positiva proprio la figura dell’apostolo Tommaso, quando, in un suo discorso ai giovani di Roma, il 24 marzo del ’94, li ha invitati a prendere sul serio, rispettare e accogliere questa sete di prove esteriori, visibili, così viva tra i loro coetanei: «Noi li conosciamo [questi giovani empirici], sono tanti, e sono molto preziosi, perché questo voler toccare, voler vedere, tutto questo dice la serietà con cui si tratta la realtà, la conoscenza della realtà. E questi sono pronti, se un giorno Gesù viene e si presenta loro, se mostra le sue ferite, le sue mani, il suo costato, allora sono pronti a dire: Mio Signore e mio Dio!».

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A proposito dei discepoli di Emmaus…


E’ il cammino della speranza la via di cui ci parla questa stupenda pagina del vangelo di Luca. I due discepoli che vanno verso Emmaus hanno deciso di tornare alla solita vita, di lasciare indietro tutto ciò che li aveva illusi nei mesi precedenti. Lungo il cammino incontrano però uno sconosciuto che fa loro delle domande: Cosa è accaduto? Perché siete tristi? Avevano sperato che Gesù fosse il Messia atteso, colui che avrebbe liberato Israele. Ma quel Gesù lì, condannato e ucciso dalle autorità, non sembra aver potuto niente contro questo destino. Tanto che già la definizione stessa della persona di Gesù viene da loro ridotta: “Fu profeta potente”. Insomma, al massimo era un profeta, potente sì, ma solo un profeta, di fatto non ha ricostruito il nuovo Israele. E allora i due se ne vanno, fuggono dalla loro speranza. Eppure. Qualche indizio positivo ci sarebbe ancora: quello che hanno raccontato le donne, la tomba vuota, perfino una visione di angeli . . . dicono che Egli è vivo – “Ma noi non l’abbiamo visto”. Questa affermazione dei discepoli suona paradossale se prendiamo in considerazione la frase all’inizio di questo brano: “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo”. Camminava con loro e si lamentavano di non averlo visto! Proviamo a chiedercelo: quante volte questa è la nostra stessa condizione, e quella di molti uomini intorno a noi – Gesù cammina con noi, ma noi ci lamentiamo di non averlo visto? Ciò che rende possibile sperare è la presenza di Gesù, ma i due in viaggio verso Emmaus sono impediti a riconoscerlo. Perché hanno già determinato i confini, il disegno di quella presenza, hanno già in testa un messia, le caratteristiche che uno dovrebbe rispettare per essere tale. Non lo potevano accettare, un messia che fosse meno di quell’idea che si erano messi in testa. E qual era questa idea? Se Gesù fosse stato il messia, ragionavano i due, allora avrebbe dovuto trionfare, liberare Israele. Magari ribellandosi alle autorità, comunque certamente non avrebbe dovuto morire. La morte è la fine di tutto.Come si può continuare a sperare? Possiamo riconoscerci nei discepoli di Emmaus: quante volte poniamo la nostra speranza nel confine limitato di un’immagine che ci facciamo su qualcosa e su qualcuno? Questa immagine non deve realizzarsi proprio così come noi pensiamo?

Poi arriva qualcuno che ci fa delle domande e siamo provocati a rompere lo schema, il disegno nel quale avevamo racchiuso il nostro giudizio preconcetto sulla realtà. Camminando a fianco di questa presenza scopriamo un modo nuovo di guardare le cose che sono accadute e che accadono nella nostra vita, un modo che ci sembra sempre più convincente man mano che camminiamo – perché la convinzione, nelle cose più importanti della vita, ha bisogno della verifica del tempo e dell’esperienza concreta della convivenza. Più stiamo vicini a qualcosa che ci spiega la vita, più possiamo verificare se questa spiegazione funziona in realtà. Oggi c’è una grande fragilità sulle certezze vitali più importanti, tutto è messo in dubbio. Si pensa di aver vissuto tante cose, ma non si porta a casa nulla di tutto quel vissuto. Sembra che la storia non porti a nessuna certezza. E senza certezze nemmeno c’è speranza. Come per i discepoli di Emmaus, è necessaria una Presenza che ci apra gli occhi, che ci riporti alla verità del nostro cuore, una verità che avevamo dimenticato. Allora tutto il nostro passato acquista un significato, quel significato che sembrava essere perduto, che appariva irrecuperabile. Eppure pensavamo già di sapere … ma quello che sapevamo non serviva a nulla per la nostra speranza.

Ma quindi la speranza da dove viene? Da una Presenza che ci viene incontro, che sta al nostro lato. Non siamo tanto noi che lo cerchiamo, ma è Lui che continuamente viene e vive con noi. I due di Emmaus non lo riconoscevano e lui dice a loro: “Non sapevate …?”. Cioè apre loro gli occhi su quanto accade. Egli è già presente, si tratta di prendere coscienza di questa sua Presenza. Di rileggere i fatti della vita davanti a Lui. Ecco la speranza: nella dolcezza della sua presenza, gli occhi tornano a vedere quello che prima sfuggiva loro.

Egli non aveva una sua casa dove andare, andava dietro a loro. Non aveva un suo cammino da compiere, li seguiva nel loro cammino, si accompagnava a loro per dare speranza a due cuori smarriti. È questa la condizione dei discepoli fino alla fine dei tempi, finché il viaggio dell’umanità non avrà fine. Allora tutti lo riconosceremo e guardando indietro la nostra vita ci apparirà illuminata tutta dalla sua presenza. ( D.Barsotti, Le apparizioni del risorto, p.63)

La speranza è uno sguardo che ci accompagna e ci insegna a guardare di nuovo la realtà, questa volta con i suoi occhi. Quegli occhi che ci insegnano a vedere la luce dentro il buio, a leggere di nuovo il passato, a comprendere la notte che si apre alla luce del nuovo giorno. E così con Lui possediamo lo sguardo rinnovato della speranza.

Cristo non è venuto al mondo perché lo capissimo, ma perché ci aggrappassimo a lui, perché ci facessimo trascinare da lui dentro all’evento immenso della resurrezione. (…) Nessuna lacrima scorre invano, nessun respiro rimane inascoltato, nessun dolore viene disprezzato e nessun giubilo perso. Il mondo visibile passa sopra a tutto questo in modo brutale, senza cuore e violento. Ma Dio raccoglie questa nostra vita bruciante, incandescente con la sua grazia, la misericordia, la sua grande bontà. (…) La nostra vera vita è nascosta, ma saldamente fondata nell’eternità. (D.Bonhoeffer, Voglio vivere questi giorni con voi, p. 348)

don Antonio Anastasio, cappellano del campus Bovisa del Politecnico di Milano

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“Kevin condivise il Corpo di Cristo con Sid e con me e fluttuammo nella cabina di volo…”

Le meraviglie de Signore nostro Gesù Cristo…!

FERMENTI CATTOLICI VIVI

Secondo il sito ACI Digital (06/03/2017), qualche anno fa, un gruppo di astronauti in missione attorno alla Terra, hanno avuto l’opportunità di ricevere la Comunione a bordo della nave spaziale che li trasportava.

Nell’aprile del 1994, l’astronauta Thomas D. Jones era a bordo dell’astronave Endeavour in missione per studiare i cambiamenti attorno alla Terra; con lui viaggiavano altre cinque persone.

Insieme a loro c’erano i due astronauti che hanno ricevuto la Comunione: il comandante Sidney “Sid” Gutierrez e il pilota Kevin Chilton. Per entrambi era il secondo viaggio mentre per Jones era il primo.

Nel suo libro “Sky walking, An Astronaut’s Memoir” (Passeggiando nel cielo, memoria di un astronauta), Jones ricorda: “Ero consapevole del fatto che ogni giorno nello spazio fosse un regalo speciale, sapevo che mi era stato concesso un privilegio unico.”

“Ogni notte, prima di dormire, ringraziavo Dio per quelle meravigliose viste della Terra e per…

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“Spifferi parte XX: Appello ai 4 Cardinali dei dubia” di Fra Cristoforo

Supplica ai 4 Cardinali dei Dubia

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15 Marzo L’esilio in Egitto

Buono per riconoscere anche i nostri esilii ed accettarli con gioia, umiltà e fiducia profonda nel nostro Dio!

AllChristian.it

img088Vivere in esilio è certamente un dolore. San Giuseppe si trovò allora allo sbaraglio stando esule, con Gesù e Maria, in Egitto?

Non esattamente così, per quanto fosse stata precipitosa la fuga da Betlemme e per quanto l’Egitto fosse straniero per indole, costume, lingua e religione, e chiamato «popolo barbaro» (Sal 113,1) per la sua idolatria. Egli arrivava là con la prospettiva di una situazione non tanto minacciosa quanto quella che si era lasciata alle spalle. Sapeva, in base alla conoscenza della Sacra Scrittura e alle memorie della sua gente, che gli egiziani, amici o nemici, non erano mai stati pregiudizialmente chiusi agli ebrei e che questi mantenevano con quelli un rapporto continuo.

In Egitto era andato Abramo con la moglie Sara ricevendone «greggi e armenti e asini, schiave e schiavi, asine e cammelli», e poi venendo accompagnato fuori della frontiera dalla scorta di alcuni uomini (Gen 12,16-20).

Vi era…

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“Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa”

Per la maggior gloria di Dio

Scriveva Don Divo Barsotti: Dio ti fa un grande onore non quando ti dà qualcosa, ma quando ti chiede qualcosa.

Noi, invece, attratti – anzi – inchiodati alla nostra umanità, siamo abituati a ringraziare Dio per le cose che ci dà, non per le cose che ci chiede e non pensiamo che quando Dio ci chiede qualcosa, prepara cose grande per noi, quelle che valgono per l’eternità. Quando Dio ci chiede o ci toglie cose a cui teniamo o quando siamo colpiti da sofferenze corporali o spirituali, prepotente entra in gioco la nostra umanità. Ci assalgono l’angoscia e il terrore e chiediamo – umanamente – condivisione della pena e la partecipazione a chi ci è vicino. Il parente, l’amico, anche il distante da noi. Qual è, di solito, la reazione di coloro a cui ci rivolgiamo, ai quali chiediamo partecipazione al nostro dolore, alla nostra tristezza?
La prefigura il Vangelo…

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